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Le lavorazioni del terreno nell’agricoltura biologica

In questi giorni in Cascina Ospitale si sono effettuate le lavorazioni del terreno e sono state effettuate le semine dei cereali, un’occasione per introdurre alcune problematiche inerenti il tema delle lavorazioni del suolo, specificatamente in ambito di agricoltura biologica.

Per lavorazioni si intendono tutti quegli interventi agronomici effettuati dall’uomo sul terreno, con semplici attrezzi o con macchine più sofisticate, allo scopo di modificarne lo stato fisico, rompendone l’apparente continuità, e di renderlo idoneo alle coltivazioni.
Anche le lavorazioni, dunque, come qualunque scelta aziendale, devono essere sinergiche agli obiettivi principali del metodo biologico, ovvero la conservazione e il miglioramento della fertilità organica.

L’agricoltura conservativa si propone di combinare produttività e sostenibilità con l’applicazione di tre principi: minor disturbo del suolo con le lavorazioni, sua copertura permanente e diversificazione colturale. Aumenta la vitalità e la fertilità dei terreni, potenziando la biodiversità, accumula sostanza organica nei suoli, producendo ‘crediti di carbonio’, riduce l’erosione e migliora le funzioni ambientali del territorio, mitigando gli effetti del cambiamento climatico. E’ il punto di partenza per una gestione sostenibile ed agroecologica della produzione agricola, riducendo i costi ed i consumi energetici. L’agricoltura conservativa ancora non ha standard definiti da normative ma alcune tecniche sono incentivate nei Piani di Sviluppo Rurale attuati dalle Regioni.

Le lavorazioni, sono gli interventi meccanici sul suolo per rendere le sue condizioni più favorevoli ad accogliere le colture, sono il principale mezzo con cui l’uomo po’ incidere sulle caratteristiche fisiche – chimiche – biologiche del suolo in modo più o meno diretto.

Attenzione, gli interventi che si eseguono possono avere ricadute anche nel lungo periodo, quindi è importante lavorare con attenzione per non pregiudicare i risultati ottenibili .

Resilienza e resistenza del suolo

Questi concetti sono usati  in materia di ecologia del suolo e uso sostenibile con lo scopo di descrivere le risposte dei suolo ad impatti o disturbi  di vario tipo.

La resilienza del suolo è definita come la capacità di recuperare la sua integrità funzionale e strutturale dopo un disturbo esterno continuando a svolgere regolarmente le sue funzioni.

Per resistenza del suolo si intende, invece al capacità del suolo di mantenere invariate le proprie funzioni a seguito di un disturbo esterno.

Se il disturbo è troppo drastico o il suolo ha un’elevata fragilità costituzionale si può avere una degradazione irreversibile in cui viene meno il recupero delle sue capacità funzionali in tempi ragionevoli. In questo caso si ha, infatti, il superamento delle capacità di resilienza del suolo con un danno permanente oppure la necessità di un intervento di ripristino specializzato e costoso.

Per le lavorazioni i concetti fondamentali da tener ben presenti sono:

  • preferibilmente non dovrebbero essere profonde, ovvero non superare i 30 cm di profondità
  • gli strati del terreno, se non quelli superficiali, non dovrebbero essere ribaltati e mescolati tra loro

Non trovano, infatti, alcuna giustificazione né il rivoltamento in profondità degli strati superficiali, che provocherebbe l’interramento della sostanza organica accumulata nei primi strati di terreno, in profondità e la sua diluizione in un volume di terreno molto maggiore, né, tanto meno, lavorazioni in profondità dove le condizioni per l’umificazione della stessa sostanza organica, e il rilascio di elementi nutritivi, verrebbero meno data la scarsità di ossigeno e la minor presenza di microrganismi.


Da non sottovalutare in alcuni casi piuttosto la ripuntatura, per la rottura di suole di lavorazione e per  operare a profondità di oltre 50 cm. Gli strati del terreno, però, non devono essere rivoltati e mescolati.

Scopo delle lavorazioni

Gli scopi fondamentali delle lavorazioni agronomiche possono essere così riassunti:

  • Preparazione del letto di semina ovvero creazione di un ambiente favorevole all’interramento ed alla germinazione dei semi.
  • Apprestamento di uno stato strutturale idoneo alla penetrazione delle radici ed al loro buon funzionamento.
  • Aumento della permeabilità dello strato attivo e quindi controllo della circolazione dell’acqua.
  • Aumento della massa di terreno esplorabile dalle radici.
  • Controllo delle malerbe e dei parassiti.
  • Interramento dei concimi organici e dei residui colturali.

In base al momento di esecuzione ed alle finalità (tipologie colturali), le lavorazioni si possono dividere secondo le seguente classificazione:

  • Lavori di messa a coltura: dissodamento.
  • Lavori preparatori principali: aratura, vangatura, fresatura, scarificatura.
  • Lavori preparatori complementari: estirpatura, erpicatura, rullatura.
  • Lavori di coltivazione: erpicatura, rincalzatura, rullatura, zappatura, sarchiatura.

Gli strumenti utilizzati per le lavorazioni e relative operazioni

Nel complesso le lavorazioni possono essere eseguite con strumenti classificabili in tre gruppi principali:

  • Rovesciatori: tagliano il suolo in fette regolari che vengono rovesciate più o meno completamente, portando alla luce strati di terreno che prima si trovavano ad una certa profondità.
  • Discissori: provocano dei tagli nel profilo colturale conferendogli zollosità e sofficità, senza interferire sulla stratigrafia.
  • Rimescolatori: disgregano energicamente il terreno in zollette, provocando il rimescolamento dello strato interessato dalla lavorazione.

Qual è lo strato attivo del suolo dove si concentra la massima attività biologica e biochimica? 

Ovviamente dove c’è ossigeno, e proprio per questo lo strato attivo del suolo dove si raggiunge la degradazione ottimale della sostanza organica e la sua trasformazione in humus è alla profondità massima di 30 centimetri.

È su questa zona di terreno che l’agricoltore deve lavorare  e i 30 cm sono ideali nei terreni più grossolani e sciolti, mentre dove prevalgono limo e argilla è meglio stare intorno ai 15-20 cm. 

Nei terreni umidi e con temperature basse, il processo di mineralizzazione della sostanza organica è lento e le perdite di ammoniaca e anidride carbonica sono modeste.

Ecco perché la minima lavorazione e la semina su sodo si sono diffuse nelle zone dove il clima è fresco e piovoso.

Nel Sud Italia il sodo sul frumento è diffuso, in questo caso la motivazione numero uno sta nel risparmio idrico. Una lavorazione profonda nei climi secchi comporta l’esposizione all’aria e al sole di una maggiore superficie di terreno a parità di volume, determinando una forte evaporazione che può disseccare completamente lo strato lavorato. In queste situazioni la semina diretta e soprattutto lo strip-till (lavorazione a strisce) sono ideali.