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Coltivare la biodiversità

L’adozione dell’approccio agroecologico richiede l’acquisizione di nuove e più versatili competenze da parte degli operatori, oltre che di aderire a un insieme di principi di rispetto e valorizzazione delle specificità pedo-climatiche ed ecologiche del contesto produttivo in cui si opera.

I pilastri dell’agroecologia coincidono con i suoi obiettivi strategici, ciò implica una progressiva familiarizzazione con nuovi criteri di organizzazione colturale. Un agroecosistema dovrebbe dunque essere progettato e gestito il più possibile ispirandosi al funzionamento degli ecosistemi naturali, caratterizzati da un ciclo chiuso dei nutrienti, una struttura complessa e una spiccata biodiversità, perseguendo obiettivi congiunti di produttività, resistenza a malattie e alla variazione  ambientale e climatica.

Non tutti i sistemi di coltivazione attualmente attivi nel mondo agricolo si comportano allo stesso modo, ovvero non tutti portano ad una semplificazione importante della biodiversità. I processi produttivi che si avvicinano ai modelli ecologici naturali certamente godono di una maggiore sostenibilità ambientale. Tecnicamente è necessario definire sistemi agricoli multifunzionali che rispondano al mantenimento della biodiversità puntando alla protezione delle piante dalle avversità, al miglioramento della fertilità del suolo, all’integrazione delle coltivazioni erbacee con quelle arboree, delle aree coltivate con quelle non coltivate, ed all’integrazione delle coltivazioni con l’allevamento.

In tali sistemi di gestione aziendale vengono stimolati sinergismi in grado di sostenere le rese, sfruttando le risorse interne (per mezzo del ciclo degli elementi nutritivi e della sostanza organica) e le relazioni trofiche tra piante ed insetti, favorendo il controllo biologico degli organismi dannosi.

Il grado di biodiversità negli agroecosistemi dipende da una serie di fattori riconducibili alla varietà della vegetazione dentro e intorno al sistema, alla durata delle diverse colture adottate, all’intensità della gestione ed al grado di isolamento delle aree coltivate dalla vegetazione spontanea.

La agrobiodiversità può essere suddivisa in tre componenti (biota) fondamentali, distinte per il ruolo funzionale che svolgono :

Il raggiungimento del funzionamento ottimale dell’agroecosistema dipende dal grado di interazione tra le varie componenti biotiche, che si traducono in servizi ecologici, importanti nel mantenere la sostenibilità dell’agroecosistema.

Le interazioni biotiche condizionano positivamente la fertilità e la conservazione del suolo ed il controllo dei fitofagi. Per riuscire a sfruttare tali interazioni è necessario, oltre che una corretta progettazione e gestione dell’agroecosistema, avere la conoscenza delle relazioni funzionali tra i diversi organismi presenti a livello aziendale (i microrganismi, le piante, gli insetti, ecc.).

  • biota produttivo (dipende dalle scelte dell’agricoltore in relazione alle colture e a quanto riguarda la produzione);
  • biota risorsa (comprende gli organismi utili per il controllo biologico naturale, per la decomposizione della sostanza organica, ecc.);
  • biota distruttivo (costituito dalle erbe infestanti, dagli insetti dannosi, dai patogeni).

Il raggiungimento del funzionamento ottimale dell’agroecosistema dipende dal grado di interazione tra le varie componenti biotiche, che si traducono in servizi ecologici, importanti nel mantenere la sostenibilità dell’agroecosistema.

L’agricoltore prendendo le decisioni gestionali tecnico-economiche a livello aziendale agisce sulla biodiversità pianificata, per esempio impostando una certa rotazione, con la distribuzione spaziale delle colture nei diversi appezzamenti aziendali, con la conservazione e manutenzione delle infrastrutture ecologiche presenti. La biodiversità associata è il risultato delle interazioni fra la gestione aziendale e il contesto pedoclimatco nel quale l’azienda si inserisce.

Poiché le componenti produttive sono direttamente legate al modo con il quale l’agricoltore valuta e misura la produttività dell’agroecosistema nel breve tempo, le componenti non produttive giocano un ruolo chiave nel funzionamento dell’agroecosistema stesso e quindi nella sua sostenibilità e produttività di lungo periodo.

Diversità: con l’aumento della diversità accrescono anche le opportunità per la coesistenza e le interazioni tra specie migliorando la sostenibilità del sistema biologico. La maggiore diversità migliora l’efficienza d’uso delle risorse, mentre la compresenza di più colture in un’azienda riduce la pressione dei parassiti e aumenta quantità e qualità dei predatori naturali.

Efficienza: sistemi diversificati tendono ad aumentare l’efficienza fotosintetizzante, l’uso e la cattura dell’acqua come la mobilizzazione dei nutrienti, promuovendo cicli sostanzialmente chiusi di energia e biomassa.

Autosufficienza: la conseguenza dell’aumentata efficienza e diversità è la tendenziale autosufficienza energetica, idrica e di nutrienti per le piante.

Autoregolamentazione: la grande diversità di organismi viventi abbatte il potenziale nocivo di patogeni, parassiti e la pressione delle erbe infestanti, oltre a mostrare un’accresciuta resistenza delle colture.

Resilienza: coltivare biodiversità aumenta la resilienza degli agroecosistemi in virtù di un effetto tampone contro le fluttuazioni ambientali, colture diverse rispondono quindi in modo diverso agli shock garantendo livelli di produzione più stabili e prevedibili nel complesso.

Produttività: c’è un effetto positivo della biodiversità sulla produzione di biomassa, associata a effetti crescenti di complementarità tra piante che si traducono in un migliore utilizzo delle risorse del suolo o di regolazione delle popolazioni di parassiti.

Angelo Sofo

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