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I Trent’anni del Manifesto di Slow Food

La prima pagina del Gambero Rosso, supplemento del quotidiano Il Manifesto, il 3 novembre del 1987, riportava il manifesto dello Slow-food.

Settimana scorsa, in ricordo del trentennale, Ruralpoli, presso El Lincinsì – Kilometrizero, ristorante condotto da Gabriella Colombari e Dario Scolaro, ha intervistato Marino Marini e Francesco Amonti . Sono due tra i fortunati che erano presenti il 9 e il 10 dicembre 1989, all’Opera Comique di Parigi, dove venne presentato il Manifesto di quella che in questi anni è diventata l’organizzazione di riferimento per un cibo buono, pulito e giusto.

Gli Ospiti del El Lincinsì – Kilometrizero,

Vi diamo un paio di anticipazioni dell’intera intervista. Abbiamo riportato le domande che riguardavano il rapporto tra Ruralopoli e Slow Food, visto che i due protagonisti sono attivi rappresentanti della Condotta Bresciana che insieme alla Condotta della Bassa Bresciana sono i capofila del progetto Costruendo Rurulopoli.

Francesco Amonti

Francesco Amonti: Il progetto dei Presìdi ha voluto dire mettere insieme tanti piccoli produttori, quindi piccole produzioni di qualità, e per noi qualità significa “buona, pulita e giusta”, che sono da salvaguardare, e da lì abbiamo messo insieme un movimento che è costituito principalmente dai Presìdi italiani e poi si è sviluppato a livello internazionale. Prima del progetto dei “Presìdi” era nato quello dell’ARCA del Gusto”, siamo partiti dal “catalogo” per individuare i prodotti che meritavano di essere salvaguardati. Quest’anno ricorre il decimo anniversario dell’Alleanza fra Slow Food i Cuochi, a cui si sono aggiunti due anni fa anche i “pizzaioli”. Il cuoco deve essere un messaggero nella società del cibo, della cultura del cibo, del cibo “buono” da mangiare oltre che da “pensare”. Questi sono stati progetti importanti.

Due cose su tutte, che Carlin Petrini ha chiamato le “gemme del movimento”, sono state la nascita dell’Università di Scienze Gastronomiche inaugurata nel 2004, nello stesso anno in cui è partita “Terra Madre”. Nel 2004 c’è stato il primo evento di Terra Madre a Torino che ha visto la partecipazione di più di 1000 (mille) “comunità del Cibo” provenienti da una novantina di Paesi, oggi sano quasi al doppio (180), e quello è stato l’inizio della costruzione della “rete” dove le tecnologie hanno dato un gran aiuto. La rete in senso tecnologico ha contribuito a mantenere il contatto tra quelle mille comunità del cibo che sono venute a Torino nel 2004 e questo ha fatto sì che Terra Madre da evento unico pensato per quell’anno si è poi trasformata in un evento con cadenza biennale e l’anno prossimo ci sarà la prossima edizione. Credo che Terra Madre e l’Università di Scienze Gastronomiche sono stati i due principali progetti che hanno dato concretamente un valore scientifico al cibo.

Francesco Amonti: Di CSA, io ne ho sentito parlare la prima volta nel gennaio del 2007, in un Consiglio Nazionale dove Petrini ne parlò nel documento da consegnare alla Congresso internazionale in Messico. In particolare mi colpirono queste Comunità a supporto dell’agricoltura, di cui Petrini parlava in termini di un passaggio dei GAS, di un’evoluzione sociale dei GAS, perché il consumatore diventasse co–produttore. In quel contesto ci propose di lavorare sulle CSA. Sono passati tanti anni, e Slow Food non ne ha promosse molte di CSA, ha fatto tante altre cose, e io credo che oggi sia tempo che la nostra Associazione si misuri con questi soggetti che sono in Italia già presenti, anche se non in modo massivo, ma ci sono esempi da cui si può imparare, perché questa è anche un’indicazione emersa dal Congresso in Cina. Nel Congresso cinese è emersa la difficoltà nel conseguire obiettivi di un certo significato agendo da soli, e da qui la possibilità di collaborare con altri, e ci mettiamo nella disponibilità di ascoltare e di lavorare insieme ad altri. E credo che la CSA sia uno di questi esempi.

Marino Marini

Marino Marini: Luigi Veronelli diceva “camminare la Terra”, e ci ha accompagnato per tutti gli anni ’90 fino alla sua morte, in questa evoluzione di Slow Food che, secondo Luciana Castellina è arrivata alla sua terza fase. Slow Food ha avuto un momento “conviviale”, un secondo momento che è quello del Salone del Gusto e la terza evoluzione che è Terra Madre. Tutte idee che vengono a Carlo Petrini nel 2000 durante la sua degenza ospedaliera durata un anno, e da cui parte l’idea di portare 5mila contadini a Torino. Come l’evoluzione logica sono state le Osterie D’Italia dove “riscoprire gli aromi e la ricchezza delle cucine locali”.

Francesco Amonti: Marini è l’ideatore di Osterie D’Italia.

Marino Marini: a Parigi nel 1989 abbiamo presentato la guida “l’Almanacco dei Golosi” e abbiamo fatto “concorrenza” a Veronelli perché era uscito con il “buon Paese”. Poi lo abbiamo copiato perché siamo usciti due – tre volte con l’edizione del “buon paese”. Facciamo questa Guida che fa arrabbiare Veronelli. Veronelli è stato il nostro maestro, e Portinari è stato quello che ha inventato le trasmissioni televisive di Veronelli, a insegnare agli italiani a bere bene. Poi Veronelli ci manda una lettera straordinaria di adesione al manifesto di Slow Food chiamata “camminiamo la terra insieme”.

D: Legami tra Slow Food e Ruralopoli

Francesco Amonti: I legami tra Slow Food e Ruralopoli sono essenzialmente i legami di una storia che è conseguente alle idee e alla pratica di Slow Food. Ad esempio, a Brescia abbiamo fatto qualche anno fa insieme al Comune di Brescia un’indagine che è “Nutrire Brescia” che si proponeva di verificare lo stato dell’agricoltura urbana e periurbana e da lì vedere le possibilità di recupero e un rinvigorimento di questa agricoltura. Da questa ricerca sono uscite delle proposte, e una di queste riguarda il nostro attuale impegno a costituire una CSA, quale è Ruralopoli. Una Comunità a Supporto dell’Agricoltura è un’evoluzione dei Gruppi di Acquisto Solidali (GAS) perché il consumatore diventa co produttore, diventa in un modo molto stretto un “collaboratore” del produttore.

Mentre stavamo preparando l’intervista mi sono permesso di sbirciare nel copioso materiale che avevano portato i protagonisti e mi sono permesso di prendere da un documento congressuale cosa diceva Slow Food a proposito delle CSA credo al Congresso di Puebla in Messico nel 2007.

International Congress Slow Food Puebla Mexico 2007 – Francesco Amonti

Un’economia ecologica, biologica, umana: comunque la si chiami, essa mette in chiaro quale deve essere il vero output dei processi economici, non un flusso materiale di beni e di scarti, ma un fluire immateriale, il godimento della vita. 

Le comunità del cibo generalmente attuano la filiera corta, o filiere lunghe ma altamente sostenibili, e comunque basate sulla reciproca conoscenza dei soggetti coinvolti. Portiamo ad esempio i rinati mercati contadini italiani (Mercatale a Montevarchi) o in Africa (a Bamako, per mano di Amìnata Traoré), i farmers’ markets americani, la communily supported agriculture, le Amap francesi, solo per citare alcune esperienze con cui abbiamo collaborato. 

I Partecipanti alla presentazione del Manifesto di Slow Food all’Opera Comique a Parigi del 1989

Le comunità poi, “territoriali per definizione, non possono esimersi dal conservare, dal promuovere e far fruttare in maniera armonica i propri ecosistemi, i propri paesaggi, la propria biodiversità. E questo viene attuato nel rispetto e nella garanzia di salvaguardia di tradizioni musicali, orali e scritte, della propria storia, del proprio modo di costruire edifici, della propria socialità e umanità. 

Atto Costitutivo Slow Food

In più possiamo dire, in seguito all’esperienza dei Presìdi e in virtù della conoscenza diretta di molti partecipanti a Terra Madre, che queste sorta di micro-economie funzionano, o hanno tutte le carte in regola per funzionare in maniera florida e remunerativa. 

Slow Food Is Joy + Justice

Non stiamo parlando di economie chiuse, autarchiche o eccessivamente conservatrici. Il significato che questi modelli assumono nel contesto di una rete che si serve anche delle più moderne tecnologie, dà all’insieme un valore inedito e, mi spingo anche a dire, un potere di cui non c’è ancora piena consapevolezza. 

In sostanza si sta dimostrando che, a dispetto di ciò che ancora sostengono i critici, queste esperienze non sono un mero tentativo di tornare al passato e di rinnegare in maniera sterile il sistema attuale, ma sono un esempio di come rispettando la Terra, se stessi, la propria cultura, le diversità e la centralità del cibo, si possa fare economia in un modo nuovo, sostenibile e per di più praticabile ín contesti molto differenti, tanto nel Nord come nel Sud del mondo. Tanto in contesti rurali quanto in contesti urbani. 

Slow Web Manifesto

Un punto di forza di questo modello economico locale è che si basa proprio sulle comunità, su un’idea di comunità che va recuperata e intesa non soltanto come nucleo in cui sviluppare i processi che vogliamo o come nodo della rete. La comunità è un modo per rinsaldare il proprio rapporto con il territorio ma anche fra tutti coloro che lo vivono. Essa ha cura di se stessa, dei propri membri tanto quanto il luogo in cui vive. Valori che rischiano di sparire nella nostra società frenetica possono ritornare a diventare i capisaldi della nostra esistenza: solidarietà, generosità, apertura agli altri e alte diversità. In questo quadro L’orgoglio di essere contadini, di produrre bene, assume nuovi contorni e nuovi significati. La stessa cosa si può dire per chi abita in contesti urbani, dove un consumo da verì co-produttori provoca gli stessi sentimenti e un coinvolgimento forte rispetto alle vite di chi lavora la Terra. Dico di più: le comunità attuano tra loro Lo scambio, anche sfruttando i mezzi di comunicazione e di incontro più moderni, generando cultura e ricchezza. 

Slow Media

I documenti iconografici qui riportati erano in una cartelletta di Marino Marini.

Per lo sbobinamento dell’intervista ringrazio la Scuola Ambulante di Agricoltura Sostenibile

Una risposta su “I Trent’anni del Manifesto di Slow Food”

C’è un errore che ho fatto io nell’entusiasmo della serata, Veronelli in quell’anno usciva con la guida “Le cose buone”, cambiato l’anno successivo in “Le buone cose” a cura di Andrea Grignaffini. Con la separazione dal Gambero Rosso noi abbiamo elaborato “Il Buon Paese” ispirato al viaggio dell’abate Stoppani dallo stesso titolo. L’Almanacco dei Golosi era ispirato al libro di Grimod de la Rèynière.

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