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Biodiversità e Paesaggio Rurale

Di siepi, filari, fasce tampone boscate (veri e propri corridoi ecologici) c’è un gran bisogno nelle nostre campagne, non solo per la loro valenza naturalistica, ma soprattutto per i positivi effetti che possono avere se ben progettati e ben realizzati. Le siepi e i filari creano il paesaggio: con il mutare del colore del loro fogliame, delle fioriture e dei frutti nel corso delle stagioni contribuiscono ad accrescere la bellezza delle campagne. Tradizionalmente l’agricoltura ha avuto come principale alleato l’ambiente poiché gli agricoltori per secoli hanno conservato e protetto con cura il territorio nel quale vivevano e lavoravano.

Negli ultimi cinquant’anni l’agricoltura è stata modificata da una rivoluzione tecnologica che ha comportato metodi di coltivazioni più intensivi. Contemporaneamente il territorio rurale ha subito la pressione delle altre attività economiche, dell’urbanizzazione e dello sviluppo industriale. Il rendimento e la produttività delle colture agrarie hanno fatto enormi passi avanti a discapito però della conservazione di elementi di particolare interesse ambientale quali maceri, filari, alberi, siepi. I problemi di degrado ambientale hanno raggiunto livelli preoccupanti tanto che la stessa Comunità Europea ha invertito la propria azione puntando ad un nuovo equilibrio tra agricoltura ed ambiente.

Paesaggio variegato

L’importanza delle siepi, delle piantate, dei filari alberati, dei boschetti, dei maceri e dei piccoli stagni, da sempre esistenti nelle campagne, per la biodiversità, il paesaggio e la regolazione del clima, è stata negli ultimi decenni purtroppo ignorata ed è ancora sottovalutata. E’ davanti agli occhi di tutti lo stato di molte campagne le quali, private di questi elementi naturali, sono diventate anonime “steppe colturali” che trasmettono un senso di desolazione e di vuoto. Le stesse campagne che invece presentano anche una minima percentuale di superficie occupata da elementi naturali, non solo sono più ricche di vita animale e vegetale ma sono anche più gradevoli e vivibili per l’uomo e sono sede di un’attività produttiva ecologicamente più sostenibile nel tempo.

Di fronte all’attuale paesaggio padano, caratterizzato per la maggior parte da distese prive di vegetazione spontanea e da una intricata ragnatela di infrastrutture (strade, ferrovie, linee elettriche ecc.) che connette una miriade di centri urbani con aree industriali e artigianali, risulta difficile immaginare, persino per gli studiosi dell’argomento, che gli spazi naturali quali siepi, filari, boschetti, talvolta foreste e zone umide grandi e piccole, fossero una componente dominante del paesaggio e dall’ambiente di pianura solo a fini cinquant’anni fa. Oggi la vista può spaziare per chilometri e, viaggiando in auto, si possono vedere spesso contemporaneamente paesi distanti tra loro. Fino agli anni ‘50 del secolo scorso invece, la vegetazione di siepi e piantate (filari di alberi maritati alle viti) formava delle cortine così spesse da mascherare alla vista case e paesi anche tra loro vicinissimi.

Pianura padana landa desolata

Questo aspetto così variato e gradevole del paesaggio non scaturiva da precise esigenze estetiche, bensì da un consolidato equilibrio di attività produttive antropiche e ambiente naturale costruito faticosamente nei secoli precedenti, a partire dall’epoca romana. Questi cambiamenti ebbero, per altro, l’effetto di incrementare la biodiversità. Vennero infatti favorite tutte quelle specie, dai grandi erbivori come il cervo a piccole specie come l’allodola e lo strillozzo, che necessitano di praterie.

La sistemazione a piantata raggiunse la massima diffusione agli inizi del ‘900 per poi scomparire quasi completamente a partire dagli anni ’70, in seguito alla modernizzazione delle tecniche colturali e alla scomparsa dei contratti di coltivazione a mezzadria. Infatti nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta il territorio subisce una radicale trasformazione: scompaiono progressivamente la sistemazione a piantata e le siepi in seguito alla modernizzazione delle tecniche colturali e a causa del fenomeno di inurbamento della popolazione agricola conseguente alla industrializzazione.

Scompare pertanto, con la rapidità e la simultanea eliminazione della quasi totalità degli elementi che lo costituivano, quello che nella pianura padana poteva essere definito come un agro-ecosistema e cioè un insieme di rapporti complessi, dinamici ma alla lunga equilibrati, tra gli habitat modificati dall’uomo nel tempo e gli organismi vegetali ed animali che lo costituivano, uomo compreso, il quale presiedeva e gestiva i cicli produttivi assecondando le vocazioni del territorio.

Oggigiorno la pianura padana è caratterizzata da campi lunghi perfettamente livellati con drenaggi sotterranei e senza fossi, spesso con monocolture su decine o centinaia di ettari e mancanza di prati o leguminose pluriennali in rotazione e quindi privi di una copertura vegetale per la maggior parte dell’anno, con conseguente esposizione del suolo all’erosione e al dilavamento, forte riduzione della sostanza organica nei suoli e quindi della fertilità naturale, scarsità o mancanza di vegetazione arborea ed arbustiva spontanea.

Ne deriva un generale impoverimento della biodiversità e del paesaggio e soprattutto l’assoluta necessità di ricorrere sistematicamente e massicciamente a concimi chimici e diserbanti per ottenere soddisfacenti rese unitarie, con conseguenti problemi di eutrofizzazione delle acque ed inquinamento delle falde idriche, aggravati anche dalla concentrazione di migliaia di animali in allevamenti con poca terra.

Campo aratoCampo di mais

L’ultimo   IPCC evidenzia come quasi un quarto delle emissioni di gas serra causate dall’uomo siano legate ad agricoltura, allevamenti e attività forestali. Le aree naturali convertite a scopi agricoli sono pari a 5,5 milioni di chilometri quadrati. Le coltivazioni utilizzano il 70% dell’acqua dolce presente sulla Terra.

Dal 1960 ad oggi, l’uso di fertilizzanti è aumentato di 9 volte. Il report evidenzia come una gestione sostenibile delle risorse possa aiutare a contrastare il cambiamento climatico: “Il terreno già utilizzato potrebbe sfamare il mondo e fornire biomassa per l´energia rinnovabile, ma servono azioni urgenti e di ampia portata in diverse aree, anche per la conservazione e il ripristino di ecosistemi e biodiversità”.
Nel contesto di una agricoltura più o meno completamente sovvenzionata, la strada percorribile per garantire la salvaguardia degli elementi naturali dell’agro-ecosistema è quella di considerare quest’ultimi alla stregua delle superfici coltivate che usufruiscono di premi e contributi per la produzione e pertanto di introdurre meccanismi economici rivolti a renderne economicamente redditizia la conservazione, il ripristino e anche la corretta gestione. Purtroppo la presa di coscienza di questa realtà e la conseguente adozione di un’ efficace strategia di intervento è avvenuta in fatto di Politica Agricola Comunitaria solo a partire dagli anni ’90, quando la maggior parte degli elementi naturali che caratterizzavano le superfici agricole erano stati eliminati perché considerati inutili e di ostacolo all’intensificazione colturale.

Attualmente la conservazione ed il ripristino degli spazi naturali quali siepi, filari, boschetti, maceri e stagni, vengono finanziati dal Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020 della Lombardia relative alla sottomisura 4.4 – Sostegno ad investimenti non produttivi connessi all’adempimento degli obiettivi agro-climatico-ambientali. Operazione 4.4.01 – Investimenti non produttivi finalizzati prioritariamente alla conservazione della biodiversità.

L’operazione si propone di sostenere la realizzazione di alcuni interventi non produttivi quali la costituzione di fasce tampone boscate, la realizzazione di zone umide, la realizzazione e il ripristino di pozze di abbeverata e altre strutture di abbeverata. In particolare, la realizzazione di fasce tampone boscate contribuisce alla riduzione dell’inquinamento da nitrati nelle acque superficiali.

Dal punto di vista agro-ambientale rivestono molta importanza gli elementi naturali del paesaggio rurale quali siepi, piantate, filari alberati, boschetti, maceri e piccoli stagni. Tali elementi naturali, da sempre esistenti nelle campagne, sono indispensabili al fine di incrementare la biodiversità, di ridisegnare il paesaggio agrario e di migliorare la regolazione del clima. Purtroppo queste funzioni importanti svolte dagli elementi naturali sono state ignorate per molti anni e sono tuttora sottovalutate.

Paesaggio variegato 2

Le aree rurali private di questi elementi naturali sono diventate anonime “steppe colturali” che trasmettono un senso di desolazione e di vuoto. Le stesse campagne che invece presentano anche una minima percentuale di superficie occupata da elementi naturali, non solo sono più ricche di vita animale e vegetale ma sono anche più gradevoli e vivibili per l’uomo e sono sede di un’attività produttiva ecologicamente più sostenibile nel tempo. Pertanto, oltre ad incrementare le potenzialità del settore produttivo agricolo, il Piano Regionale di Sviluppo Rurale, si è posto come obiettivo, con gli incentivi ed il sostegno per le aziende agricole quello di ridisegnare il paesaggio agrario con il reinserimento di elementi naturali come boschetti, alberate, siepi, filari, maceri.

Biciclettata

Definire e individuare le funzioni di una siepe (così come di un filare o di una fascia boscata) è riduttivo poiché i benefici e le valenze che queste formazioni offrono sono molteplici, spesso presenti simultaneamente. Possiamo allora riconoscere delle funzioni «prevalenti».

In zone con problemi di infiltrazione dei nitrati nel terreno agricolo o di «ruscellamento» ed erosione superficiale, una siepe o un filare possono determinare un sensibile miglioramento della qualità ambientale svolgendo efficacemente una funzione ecologica.

Nel contesto agrario le siepi rappresentano un serbatoio di insetti utili (predatori, parassiti, ecc.) in grado di contenere, o almeno limitare, eventuali infestazioni di insetti dannosi per le piante, nonché una fonte d’attrazione per gli insetti pronubi (api, osmie, bombi, ecc.).

Le formazioni lineari hanno poi l’importante ruolo di barriera frangivento, capace di ridurne la velocità anche del 60% su una distanza fino a oltre cinque volte la loro altezza con l’effetto di:

  • limitare l’erosione delle particelle fini del suolo;
  • ridurre l’evaporazione;
  • favorire la formazione di rugiada. Il fogliame rallenta, inoltre, la velocità di caduta della pioggia, contenendo i fenomeni di ruscellamento e favorendo l’infiltrazione dell’acqua sin negli strati più profondi.

Ma le caratteristiche positive delle siepi non sono finite. Forniscono legname da opera e numerosi frutti, rappresentano inoltre un elemento di rottura dell’uniformità del paesaggio agrario di pianura mentre nelle zone declive assolvono funzioni antierosive e di consolidamento (trattenendo il suolo e diminuendo il rischio di frane e smottamenti), producono abbondanti fioriture utili alla produzione di miele e proteggono dalla vista o dal rumore in ambiente urbano, oppure forniscono materiale utile per lavori agricoli (pali, legacci, frasche, ecc.).

Angelo Sofo

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